Metà agosto. La motosega elettrica è ancora calda per il primo taglio, ma la schiena comincia già a protestare. Guardo la catasta di legna dell'anno scorso, ancora ben fornita, e un pensiero mi attraversa la testa come una folata di vento tiepido: "Forse quest'inverno servirà meno legna. Grazie al riscaldamento globale."
Non ditelo in giro. Non è un pensiero da ambientalista, e nemmeno da persona perbene. Ma con il sudore che cola e le braccia che bruciano, il cervello va in modalità sopravvivenza. Se gli inverni sono più miti, la legna dura di più. Se dura di più, devo tagliarne meno. Se ne taglio meno, guadagno tempo. E il tempo, in un pomeriggio d'agosto con la motosega in mano, vale più di un comizio sul clima.
Così, quasi senza volerlo, mi ritrovo a ringraziare. Ringrazio le auto in coda al semaforo, i voli low cost, i condizionatori accesi a finestre spalancate. Ogni quintale di anidride carbonica che regalano all'atmosfera è un ceppo che non dovrò tagliare. L'effetto serra, visto da qui, è un assistente silenzioso: meno neve, meno freddo, meno legna. Il cerchio si chiude.
Fate due conti con me: l'inverno scorso ho bruciato trenta quintali. Quest'anno, con un po' di caldo in più, potrei cavarmela con ventotto. Due quintali in meno sono due viaggi dal bosco, quattro ore di motosega, e la mazza spaccaceppi che resta appesa al chiodo. E non è solo quantità: posso permettermi di raccogliere solo rami piccoli, quelli che la sega affetta in un attimo, senza dovermi caricare i tronchi grossi sulle spalle. Tutto merito del petrolio, del carbone, della plastica. Grazie, progresso.
A questo punto, dovreste aver capito che sto scherzando. O almeno, ci sto provando. Perché il pensiero che ho appena descritto è una stupidaggine colossale. Non sta in piedi, non regge a uno sguardo appena più lucido. Eppure, per un momento, quel pensiero l'ho fatto davvero. Il corpo stanco è un filosofo meschino: sceglie la via più corta, anche se quella via porta dritta verso un baratro.
Il guaio è che quel pensiero non abita solo la mia testa sudata. Gira, in forme più educate, nella mente di tante persone. Non serve un cinismo consapevole, basta la fatica quotidiana. "Il clima? Sono cose lontane, io devo pensare al mio orto." "Il riscaldamento globale? Magari in inverno si sta meglio." "Se fa più caldo, spendo meno in riscaldamento." Sono frasi che abbiamo sentito, forse anche detto. Non da mostri, ma da persone normali che fanno i conti con la vita. Ed è proprio per questo che fanno paura: perché l'egoismo non ha bisogno di essere urlato, gli basta un buon motivo per sembrare ragionevole.
Ecco cosa mi ha insegnato la catasta più bassa. Mi ha messo davanti allo specchio il meccanismo più subdolo del nostro rapporto con l'ambiente: il guadagno individuale. Se il degrado climatico mi porta un vantaggio immediato, perché dovrei desiderare che le cose migliorino? Perché dovrei sacrificare qualcosa oggi per un beneficio collettivo che forse arriverà domani, o forse mai? Il problema è che questa domanda se la pongono in tanti, senza il filtro dell'ironia. E la risposta, troppo spesso, è un'alzata di spalle.
Riavvio la motosega. Il motore elettrico riprende a girare, ma ora il suono è diverso. Non è più solo il rumore del lavoro, è anche il rumore di una contraddizione. Guardo la catasta che si sta formando, più bassa del previsto, e mi accorgo che quella soddisfazione iniziale era veleno. Perché se tutti ragionassimo così - e in molti lo fanno - la legna non basterebbe per nessuno. Il riscaldamento globale non è una fortuna piovuta dal cielo, è una cambiale che stiamo firmando tutti insieme. E ogni ceppo che risparmio oggi lo pagherò con gli interessi domani, magari sotto forma di siccità, incendi, eventi estremi che non risparmiano nemmeno il mio cortile.
La catasta più bassa non è un guadagno, è un tranello. E io, per un attimo, ci sono cascato. Come tanti. Forse come voi. Ma ora lo so: il vero lavoro non è tagliare meno legna, ma ricordarsi che i conti, alla fine, tornano sempre. E quella motosega, se la usi per tagliare scorciatoie, prima o poi si inceppa.
E poi c'è la motosega elettrica. Inquina meno, ed è proprio per questo che mi farà lavorare di più: meno potenza, più passaggi, più sudore. Ma è meglio così. Ne sono fiero: un po' di sudore in più è il mio piccolo contributo a un mondo che spero sarà migliore. Non è un gesto eroico, è solo la fatica giusta, quella che serve a pagare il conto senza barare.

